Continuo
Toti Scialoja
Descrizione dell'opera
Continuo è un’opera che fa proprio il mistero delle ‘impronte’ – la tecnica espressiva al centro dell’esperienza artistica di Toti Scialoja. La scommessa è la dinamica del senso dell’immagine: una figurazione liricamente astratta. Domina la gravità dei corpi che fendono dall’alto la continuità orizzontale della tela. Ma il peso è un movimento danzante, forse pendolare nel pieno blu buio e umido. La connessione, in sé drammatica, insinua la grande risonanza che regola la logica della composizione. Sentiamo, oltre che con lo sguardo, una verità umana poetica che sta dentro quell’astrazione mentale. Percepiamo quanto la regola dei pesi contenga una forma segreta di felicità. (Fondazione Toti Scialoja)
L'artista
Toti Scialoja
(Roma 1914-1998)
Antonio Scialoja nasce in una famiglia originaria di Procida, di professori universitari e giuristi, fondatori e proprietari della rivista «Foro italiano»: fra i suoi antenati e parenti, spiccano alcuni ministri dei governi italiani. Interrotti gli studi giuridici, dal 1937 si dedica alla pittura, ma anche alla scenografia e alla poesia. Talento poliedrico e ricco di acume intellettuale, trasforma la pittura adattandola alle esigenze dello spettacolo, contribuendo al rinnovamento della scenografia teatrale; parallelamente esprime la sua raffinata vocazione poetica in numerose raccolte di versi, ricche di umorismo, giochi verbali e nonsense.
Leggi tuttoNel 1939 un suo disegno viene segnalato dalla giuria della Quadriennale di Roma e nel 1940 realizza la prima personale a Genova. Durante la guerra, prima di partecipare alla Resistenza, espone a Roma con Giulio Turcato ed Emilio Vedova. Nel 1950, 1952 e 1954 espone alla XXV Biennale di Venezia, dove torna con una sala personale nel 1964 e nel 1984. Dopo una prima esperienza espressionista, legata alla Scuola romana, dal 1955 abbraccia l’astrattismo e sperimenta tecniche diverse, dal dripping all’uso di stracci impregnati di colore, dallo stampaggio agli inserti materici. Nel 1956 a New York conosce, tra gli altri, Willem de Kooning, Mark Rothko, Philip Guston e l’espressionismo astratto americano; vi torna nel 1960, lasciando l’insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Roma, intrapreso tre anni prima. Le sue opere, strutturate negli anni Settanta in elementi geometrici ritmicamente scanditi, dopo il 1982 ripropongono un linguaggio di matrice gestuale. Dalla fine degli anni Sessanta riprende l’attività didattica all’Accademia di Belle Arti di Roma, che dirige dal 1982 al 1987. Tra le mostre antologiche si ricordano quelle del Museo civico di Gibellina nel 1985, della Galleria civica di Modena del 1987, della Villa Reale a Monza nel 1988 e della GNAMC di Roma nel 1991. Le sue opere sono conservate nelle collezioni di: GNAMC, Roma; MAMbo, Bologna; Museo Civico d’Arte, Pordenone; VAF-Stiftung, Francoforte; MART di Trento e Rovereto; Museo delle Trame Mediterranee, Fondazione Orestiadi, Gibellina; Tel Aviv Museum of Art; Mildred Lane Kemper Art Museum, Washington University, St. Louis; Museum of Modern Art, Denver; Stedelijk Museum, Amsterdam; Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution Washington.